La CEI si interroga sugli e-sport

L’E-SPORT È SPORT?

Un evento dal carattere fortemente innovativo, per non dire rivoluzionario, col quale la CEI – con la collaborazione del CSI Roma ed in particolare del presidente Daniele Pasquini, autentico motore dell’iniziativa – ha voluto porre le basi per una riflessione su un fenomeno, quello degli sport elettronici, che è esploso in ogni parte del mondo, tanto da ottenere da parte del Comitato Olimpico Internazionale un implicito riconoscimento come disciplina sportiva vera e propria.

A tal fine, nel complesso del Nobile Collegio Chimico Farmaceutico, situato nel cuore dei Fori Imperiali, sono stati convocati una quarantina di esperti di settore, provenienti dai mondi universitario, sportivo, videoludico ecc., per capire perlomeno se la Chiesa debba soltanto prestare attenzione agli e-sport o addirittura promuoverli.

Il titolo del simposio, E-sport è sport?, lascia intendere che si parte da una posizione assolutamente neutra, senza pregiudizi o sospetti di sorta, né d’altro canto con certezze assolute di una risposta positiva al grande quesito.
In ogni caso la risposta non può essere immediata, date le molteplici implicazioni di questa particolare realtà, che in Italia conta circa 63mila giocatori agonisti a fronte di circa 22,6 milioni di utenti attivi sulle varie piattaforme.

A monte di tutto ciò, c’è la crescente attenzione con la quale il Vaticano stesso sta guardando il mondo dello sport, tanto da aver prodotto recentemente – tramite il Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, al cui interno vi è la sezione Chiesa e Sport – un documento guida sulla visione cristiana dello sport e della persona, intitolato Dare il meglio di sé, nel quale c’è un riferimento pure ai videogiochi.

Perché tanto interesse? Da un lato, vi è per l’appunto il parere favorevole del CIO, che esattamente un anno fa aveva dato il proprio si agli e-sports, ribadendo il principio nel corso del Forum Sport in Action (5/6 ottobre u.s.) indetto dal CIO stesso durante i Giochi Olimpici Giovanili di Buenos Aires.

La posizione attuale della chiesa, espressa in avvio di convegno da Gionatan De Marco, Direttore dell’Ufficio per la pastorale del tempo libero/turismo/sport della CEI, è di simpatia. “Bisogna avere nei riguardi di questo mondo – ha detto don Gionatan – uno sguardo sgombro da diffidenze, la voglia di partecipare e di comprenderlo, instaurando una reciproca fiducia”. Di conseguenza, prima di prendere una posizione è necessario ascoltare i vari punti di vista, fermo restando che l’interesse precipuo della CEI è la persona nella sua integralità, e perciò non può ignorare tutte quelle situazioni in cui c’è una persona che gioca e attraverso il gioco esprime le sue potenzialità.

Sulla base di tutte queste considerazioni, i partecipanti sono stati suddivisi in gruppi per fornire ognuno il proprio contributo su due direttrici: dare una risposta alla domanda di partenza e delineare i punti di un codice etico per l’attività di e-sport. Le opinioni non potevano che essere divergenti. Sul fronte del “no”, la perplessità maggiore è sulla possibilità che i videogiochi portino l’adolescente alla perdita di capacità relazionale e quindi non si propongano come veicolo educativo e sociale. Sull’altro versante si ritiene che vi siano molti elementi in comune fra lo sportivo tradizionale e il videogiocatore agonista, sebbene poi la mancanza di contatto con l’ambiente e di educazione corporale, senza considerare il rischio di cadere nelle psicopatologie, siano elementi incontrovertibili.

In definitiva, il settore e-sport dovrebbe passare attraverso una codifica che preveda stili organizzativi, controlli medici, assistenza di tecnici e altre figure qualificate, così come avviene per tutte le discipline sportive. Fondamentale è altresì la creazione di un circuito virtuoso fra famiglie, educatori, ricercatori, ecc., al fine di creare una dimensione educativa, con mediatori adeguati alle sfide da assumere, e quel contesto culturale di cui si è più volte parlato nel simposio. In altri termini, bisogna avviare il processo di umanizzazione dei gioco elettronico, che passa attraverso il fairplay, il team building e soprattutto la promozione di tutti quei valori morali che sono gli elementi costitutivi di uno sport puro, sano, capace di proporsi come occasione di crescita individuale e collettiva.

 

Ne ha parlato anche il CSI.